Lorenzo Mortara (2010) – 192 miglia

Intuizioni – Immersioni – Ricognizioni

I segni scultorei e le forme metafisiche di Alfredo Zamorica, nato Piero Rivioli, sono accompagnati nella presente installazione dal titolo simbolico: 192 miglia (distanza fra Libia e Lampedusa), dalle opere di due altri originali artisti genovesi: Paolo Lorenzo Parisi e Maurizio Melis Roman, quest’ultimo di origine italo-cilena. L’artista Zamorica vuole alimentare e stimolare la nostra attenzione sulla matrice primordiale dell’uomo: il mare, l’acqua, con il suo materiale preferito: il legno. E se è vero, come dice Magris in “Microcosmi” che il desiderio di vivere è la causa del male e del dolore, il mare è devastante, perché intensifica la gioia e la sete della vita, è la seduzione del suo infinito ripetersi e rigenerarsi. Le sue sculture lignee dell’opera centrale dal titolo Mare libycum sanno viaggiare nel passato e al contempo trasmettono lo slancio verso l’unicità e la precarietà dell’uomo contemporaneo (vedi anche l’Onda anonima e Dycotiledon). La poetica di questo “scultore concettuale” ruota al centro dell’uomo, all’interno della sua volontà di esprimersi e di vivere nonostante le condizioni avverse. Zamorica con estrema lucidità e spiritualità ci indica le battaglie dell’uomo: viaggiare, migrare, riprendere a vivere, lottare, a volte soccombere, e incessantemente ci ricorda che queste scorrono in parallelo con i suoi sogni fantasie e visioni. Ne è la prova l’insegnamento brancusiano della scultura che lui ha saputo fare suo prendendo come continua ispirazione “l’essence cosmique de la matière”.

 

Tuttavia siccome Narrare è guerriglia contro l’oblio e connivenza con esso; se non ci fosse la morte, forse nessuno racconterebbe… (Microcosmi, Magris), così Za Mo Ri Ca riflette incessantemente sull’acqua, sulla terra, sui fondamenti della vita umana e della natura, conscio che solo così può risultare meno ardua e astratta la sua vena creativa, ovvero la sua interpretazione della realtà intima delle cose e dei loro enigmi sottesi.

 

Paolo Lorenzo Parisi probabilmente sentiva lo scorrere del tempo come un’onda che si ritira, lasciando riaffiorare i ricordi (da L’africano, Le Clézio) mentre eseguiva e sviluppava il suo tema concettuale: “2010 Odissea nel Tempo”, “2001 Odissea nello spazio”, “1002 La fine dell’uomo”, “0012 Padre Nostro che sei nei cieli”. I suoi quadri-culle vogliono scuotere nell’intimo il pensiero del fruitore, e per questo l’artista deve abbandonare il suo gesto pittorico per concentrarsi sull’elemento neutro: il non-colore, ovvero il bianco e l’oggetto-simbolo tecnologico dell’uomo moderno: i guanti in latex. L’artista, sempre in ascolto delle problematiche esistenziali dell’uomo, ci vuole trasmettere il suo sentire sociale e storico intrecciati al suo fare Arte. Le sue culle urlano lo sconforto e il dolore dell’uomo, la perdita che ha dovuto subire dagli albori della civiltà per l’organizzazione, il progresso e l’innalzamento del livello di vita. Possiamo parlare solo di ciò di cui conosciamo, ma l’artista ci vuole intrattenere sul grado dell’assenza, della perdita e fare riflettere e rendere coscienti che i germi del caos, della crudeltà e della stupidità sono tutti annidati nella nostra vita quotidiana come lo erano nell’antichità. A noi di decifrare quelli moderni.

 

Altro tema che l’artista sviluppa sono le armi – congegni di morte –, affiancati dalle Madonnine – congegni di assolutismo –, chimere per gli assetati di falsi idoli e di potere, simboli di un’umanità che sta andando alla deriva, che sta dimenticando i caratteri fondamentali del proprio cuore. Perché è vero ciò che dice Caraco in “Breviario del Caos”: Le nostre tradizioni non avevano mentito, perché erano umane e conoscevano l’uomo, nonostante la loro ignoranza del mondo, e noi, che conosciamo bene il mondo, e al punto che lo violenteremo sempre di più, cominciamo a ignorare l’uomo, non per mancanza di mezzi, ma a causa di una mentalità che ci rende ciechi nei nostri confronti…

 

Eppure Maurizio Melis Roman intrattenendoci con le sue figure eterogenee dai colori bianchi e bianco-grigi della sua terra natale più fredda e australe – le punte del Cile e isole a sud fino all’Antartide –, e le sue infinite variazioni, in spazi raffiguranti paesi e nazioni immaginari dai confini illusori ci mostra un altro itinerario. Infatti le sue opere sembrano trasmetterci la sensazione che un altro mondo è possibile – Mondi paralleli (Non nego la luce / Da queste feritoie / Ma so di altri occhi / E altri cieli, G. Mortara, Controluce) –, che la mente e l’occhio dell’artista sviluppano con profondo sentimento poetico. Perché la poesia e i poeti? Perché Il canto che dà il nome alla terra cantata continua a esistere (Heidegger). Melis intuisce i drammi del mondo e condivide lo scritto del cileno Luis Sepulveda in “Le rose di Atacama” quando dice: …mi conferma che i popoli che non conoscono a fondo la loro storia cadono facilmente in mano a imbroglioni e falsi profeti, e tornano a commettere gli stessi errori.

 

L’artista nelle sue opere mette al centro l’uomo, l’individuo, e il suo sentimento di spaesamento, di annientamento spirituale e di solitudine di fronte all’ignoto e alle difficoltà di nuovi contatti e di nuove sfide. Ed è con questo fine che ci vuole coinvolgere nel suo filo logico con segni, lacerazioni e cuciture quasi a ricordarci l’intimo legame che l’uomo ha con le origini, il suo passato e il proprio vissuto. Sulle tele bianche e grigie emergono di continuo simboli e frammenti di carta con segni rossi e segni d’oro, città e mappe immaginarie – archetipo dell’uomo in marcia all’esplorazione di nuovi territori –, eterno carattere che accomuna tanto l’uomo antico quanto l’uomo contemporaneo. Le sue tele essenziali, enigmatiche, esoteriche ci ricordano che così Come miriadi di falene si buttano nel fuoco / Solo per perire / Così l’umanità si getta nella bocca fiammeggiante / Del tempo che lascia desolato il mondo… (Bhagavad Gita).

 

Zamorica, Parisi e Melis, tutti e tre, coi loro lavori artistici testimoniano una resistenza, un carattere a mio avviso controcorrente nella nostra quotidianità, perché sono in forte contrasto con il mondo dell’immagine dove i nuovi sofisti – persuasori, intrattenitori TV, venditori –, ci illustrano cos’è la Verità con la tecnica del lavaggio del cervello, del revisionismo storico e del superamento del pensiero critico. Il rischio è che la menzogna diventi realtà se solamente ripetuta cento volte. Perché Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente, controlla il passato (da 1984, G. Orwell). Il Super homo sapiens è alle porte, grazie ai grandi successi della tecnoscienza. Eppure il Preuomo non ha ancora lasciato la scena.

 

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